L’iscrizione della cripta di Cornelio in S. Callisto

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L’iscrizione Damasiana TO TENEBRISQUE FVGATIS, fu scoperta  nel 1852 nelle cripte di Lucina dal De Rossi, il quale scoprì e scavò questo settore delle catacombe di s. Callisto chiamato Cripte di Lucina, nelle quali fu sepolto Papa Cornelio.

Cornelio fu pontefice fra il 251 ed il 253 d. C.; nel suo breve pontificato dovette affrontare la questione novazianista e l’esilio a causa della persecuzione di Decio. Egli morì lontano da Roma, a Centumcellae, senza mai tornare alla sua carica, a causa proprio dell’esilio.

Il suo corpo fu poi probabilmente riportato in un secondo momento a Roma e seppellito nelle Cripte di Lucina; il cimitero, attiguo e nel IV secolo unito a quello di Callisto, ebbe una vita piuttosto lunga e la cripta contenente la sepoltura del pontefice fu restaurata e modificata molte volte nel corso dei secoli, fino al medioevo.

Notevoli lavori di restauro furono eseguiti da Damaso durante il suo pontificato (366-384 d. C. ), in particolare con l’apertura di un lucernario che illuminasse direttamente la tomba del pontefice, anch’essa restaurata e dotata di una mensa circolare, di una nuova base d’intonaco.

Fu probabilmente in questo momento che Damaso fece apporre l’iscrizione che fu rinvenuta dal De Rossi assieme ad un’altra, molto frammentaria e giudicata invece dallo studioso come pseudofilocaliana.

Al momento della scoperta la lastra era in parte ancora affissa sopra la tomba del Papa, ma ne restava solo un frammento del lato destro, contenente le ultime tre lettere di ogni verso; il De Rossi cercò fra le terre che invadevano la zona fino a recuperare quasi la metà dell’intera epigrafe, in 8 frammenti.

L’epigrafe è composta da sette esametri, vergati in perfetta grafia filocaliana; la lastra misurava 177, 3 cm di larghezza, deducibile dall’impronta ancora visibile nella calce, di cui ne sono rimasti 107, 5; l’altezza è di 59, 1 cm e lo spessore è di 2, 2 cm.

Le lettere sono alte da 3,6 a 4, 1 cm.

De Rossi, pur avendo a disposizione una porzione esigua di epigrafe, tentò una ricostruzione del testo, basandosi soprattutto sull’uso del formulario damasiano e sulle sue ricorrenze in molti testi commemorativi delle opere di restauro in catacomba, intravedendo il senso del carme in una volontà di commemorazione dei restauri effettuati da  Damaso piuttosto che una rievocazione della vita del pontefice.

[Aspice, descensu extruc]to tenebris(que) (f)ugatis

[Corneli monumenta (?) vides ]tumulum)(que) sacratum.

[ Hoc opus aegroti (?)] Damasi praestantia fecit,

[Esset ut accessus] melior populisque paratum

[Auxilium sancti, et] valeas si fundere puro

[Corde preces, Damasus] melior consurgere posset,

[Quem non lucis amo]r tenuit mage cura laboris.

GUARDA, COSTRUITA LA SCALA E CACCIATE LE TENEBRE,

VEDI I MONUMENTI DI CORNELIO E IL TUMULO CONSACRATO.

LA PRESTANZA DI DAMASO MALATO FECE QUEST’OPERA,

AFFINCHÈ CI FOSSE UN MIGLIORE ACCESSO

E UN PRONTO AUSILIO DEL SANTO ALLE GENTI.

SE AVRAI FORZA DI SPANDERE PREGHIERE CON IL CUORE PURO

COSÍ POTRÁ MEGLIO LEVARSI DAMASO, IL QUALE NON LO TENNE

TANTO L’AMORE DELLA GLORIA, QUANTO LA FATICA DEL LAVORO.

1 : Quando il De Rossi giunse ad integrare questo verso comprese il senso del carme, dato che vi vide un’allusione ai lavori fatti da Damaso all’interno della cripta di Cornelio per aprire il lucernario: questa impresa cacciò le tenebre in cui verteva la tomba. Insieme all’apertura dei lucernari furono costruite le scale, per cui De Rossi pensò che la prima parte del verso si potesse collegare a questo tipo di lavoro; così nel sepolcro dei santi Proto e Giacinto, al momento in cui il presbitero Teodoro fece la scala, Damaso compose l’epigrafe commemorativa, il cui incipit era:

Aspice descensum cernes mirabile factum.

De Rossi quindi usò questo formulario del pontefice per ricostruire l’inizio dell’epigrafe.

Aspice fu usato da Damaso anche come incipit dell’epigrafe per i martiri Felicissimo ed Agapito a Protestato.

Ferrua riconduce la visione poetica delle tenebre cacciate alla poesia classica, in cui possiamo trovare espressioni simili, quali ad esempio: Virgilio, Eneide, III 521 (stellis aurora fugatis); Ovidio, Metamorfosi, II 144 (tenebris aurora fugatis).

2: Il secondo verso secondo De Rossi poteva essere supplito anche da: [Corneli titulumque vides t](um)ulu(mque) sacratum: vedi il titolo di Cornelio e il tumulo consacrato

3: un’altra possibile integrazione della prima parte del verso era secondo De Rossi [Hoc opus instantis Damasi]; avendo però riconosciuto nelle frasi finali del verso che Damaso doveva essere malato, De Rossi vi vide meglio l’altra integrazione, pur non essendo tipica del formulario damascano: secondo lo studioso l’importante era restituire il senso dell’epigrafe più che le reali parole adoperate;  in questo verso si può notare il termine praestantia, inteso come efficacia nell’eseguire un’impresa; secondo De Rossi il termine è stato utilizzato da Damaso per indicare il contrasto fra la sua infermità fisica e il suo vigore d’animo.

4: da qui in poi Damaso si rivolge al lettore, cui chiede preghiere e a cui dice di aver sistemato il sepolcro di Cornelio affinchĂŠ il popolo potesse meglio pregare il santo.

5-6: è un invito al lettore per la preghiera con il cuore puro al fine di aiutare lo stesso Damaso nel momento della difficoltà, affinchÊ potesse risorgere migliore

7: mage è utilizzato da Damaso anche nel carme composto per la Cripta dei papi in s. Callisto, in cui al verso 9 scrive: Senes castique nepotes quis mage virgineum placuit retinere pudorem. Il Ferrua notò che non raramente fu usato questo termine arcaico dai poeti cristiani