L’iconografia del presepe

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Il presepe presenta l’immagine della nascita di Gesù di Nazareth. Il racconto della nascita del Salvatore è caratterizzato da alcuni  significativi topoi: la verginità della madre, la nascita nella grotta, la presenza della stella, l’arrivo dei magi, la persecuzione del re, che sono riconducibili ad un modello letterarario molto diffuso in Oriente nella narrazione di nascite divine, di eroi e di re, e che si ritrovano utilizzati nei racconti dell’infanzia di Krishna. Mitra, ma anche di Ciro II e di Mosè, tutte figure a cui viene affidato un destino di trasformazione della storia dei loro tempi e che vengono per questo presentate come un dono divino. Dei quattro evangelisti solo Matteo e Luca ricordano l’episodio della nascita. Entrambi propongono con notevoli differenze nella narrazione, la natività come compimento delle profezie veterotestamentarie e ne sottolineano la dimensione cosmica con il racconto della visita dei pastori, dell’inno degli angeli e della visita dei Magi. Fedelissima all’essenza del racconto evangelico, la prima rappresentazione che allude alla natività, la pittura conservata nella catacomba romana di Priscilla, raffigura la Vergine seduta con il bambino sulle ginocchia, mentre il profeta che le è accanto indica la stella, forse Isaia O Balaam, per ricordare le profezie veterotestamentarie. La pittura del terzo decennio del III secolo, con molta semplicità e con sole tre figure, vuole esprimere i concetti di coesione e interazione tra le due economie testamentarie, con una chiara allusione alla profezia messianica e con la visualizzazione concreta dell’attuazione della profezia. Il Cristo, in questo contesto, rappresenta il saliente anello di congiunzione delle due realtà testamentarie, ma anche il nucleo centrale e significativo di tutto il progetto iconografico. La seconda immagine, si trova nella cosiddetta Cappella Greca, all’interno della stessa Catacomba di Priscilla: Gesù sulle ginocchia di Maria è adorato dai Magi.

La vera e propria rappresentazione della natività compare, invece, piuttosto tardi nell’arte cristiana, certamente in seguito all’instituzione della festività del Natale, che viene menzionata per la prima volta nella redazione della Depositio Martyrum datata al 335-336. lo schema venne probabilmente creato da in un’officina lapidaria di Roma, dove si conserva la maggior parte degli esempi scultorei conosciuti, databili dalla metà alla fine del IV secolo. È possibile che l’officina fosse ubicata sulla via Appia che ha restituito un’interessante frammento scultoreo, che può essere considerato il prototipo pagano dello schema: una famiglia di pastori, costituita da un gruppo con una donna seduta con bambino e da un giovane vestito con tunica esomide che sosta protettivo alle loro spalle. La via ha restituito, inoltre, numerosi sarcofagi che raffigurano la scena e conserva nella catacomba si San Sebastiano- l’unica natività superstite della pittura cimiteriale.

Fuori di Roma la scena è attestata piuttosto raramente e denota spesso dipendenza dai modelli romani, come nella sintetica navità raffigurata sul sarcofago di Ambrogio e su due coperchi di Mantova e Ancona, appertenenti al gruppo detto a porte di città, su di un coperchio conservato nella cripta di S. Massimino in Provenza e su due sarcofagi arelatensi. Del tutto singolare è, invece, la composizione raffigurata sul sarcofago della chiesa di San Celso a Milano dove, sopra la singolare capanna con colonne corinzie che ospita il bambino, compare una figura giovanile vestita di tunica isomide con in mano un attributo non più identificabile, probabilmente uno strumento di lavoro, e quella  sul sarcofago di Arles, che vedel lo schema tipico dell’adorazione dei Magi arricchito dalla presenza del bue e dell’asino, due tra gli elementi caratterizzanti la natività. Fin dalle origini, dunque, lo schema della natività prevede la presenza di alcune componenti fisse: la fasciatura del bambino, la mangiatoia, il bue e l’asino, che per i loro intrinseco valore simbolico riceveranno una notevole attenzione, sia iconografica che letteraria.

La mangiatoia viene menzionata spesso nel vangelo di Luca, che la indica ai pastori come il segno  per  riconoscere il bambino. Consapevoli del suo significato, gli artefici dei primi secoli la sostituirono spesso son un tavolo, una cassa o con una cesta di vimini. L’origine di quest’ultima variante, che venne utilizzata frequentemente in scultura, è forse da rincodurre all’influenza dell’antica leggenda popolare del trovatello che, riferita da tempi antichissimi alla nascita del figlio del re, venne assimilata anche dagli ebrei e utilizzata nel racconto del rinvenimento di Mosè sulle acque e successivamente nella vicenda del Messia, re dei Giudei. Nella variante del tavolo, che viene di solito rappresentato coperto da un drappo- come un sarcofago conservato al Museo Pio Cristiano- è invece probabilmente da riconoscere un altare, secondo quanto suggeriscono alcuni passi di Gregorio di Nissa, Giovanni Crisostomo e Ambrogio, che definiscono la mangiatoia “un altare simbolico” e Cristo come il pane vivente. Sappiamo che già nel III secolo la mangiatoia veniva mostrata come reliquia insieme alla grotta, che da tempo era stata localizzata non lontano da Betlemme. È, probabilmente, proprio la mangiatoia il punto iniziale di sviluppo della costante del bue e dell’asino, a cui i vangeli canonici non fanno alcun cenno.

Come simboli della natività essi traggono la loro origine dalle Sacre Scritture e precisamente dalla profezia di Isaia e di Abacuc, che ebbero un notevole influsso nella catechesi dell’antica comunità cristiana. Ma è probabile che la loro definitiva collocazione nella grotta della natività sia dovuta alla grande diffusione dello Pseudo-Matteo, che redatto sulla base di leggende popolari, aveva raggiunto nel Iv secolo la sua stesura definitiva. Non sono molte le varianto iconografiche del tema che risultano dagli esempi conservati in pittura, scultura, mosaico e nelle arti minori. Lo schema sembra prediligere inizialmente l’episodio della adorazione dei pastori, che sui più antichi manufatti è ambientato all’aperto, come nella natività del Sacofago di Claudiano, che  è conservato al Museo Nazionale romano. Uno schema più complesso vede l’introduzione della vergine, che siede pensosa accanto al bambino, posto al riparo di una tettoia verso la quale avanzano pastori e magi adoranti, come sui coperchi della cattedrale di Mantova e della Cripta di Massimino in Provenza. Non è certo, invece, il momento dell’introduzione di Giuseppe, che può forse essere riconosciuto nel personaggio con tunica esomide del sarcofago di Arles, su alcuni esemplari conservati al Museo Pio Cristiano di Roma, su un sracofago del Camposanto Teutonico, sul sarcofago di Adelfia, rinvenuto a Siracusa e su un sarcofago di Boville Ernica. La sua immagine diviene identificabile con certezza sui monumenti successivi alla fine del IV secolo, come su un dittico del duomo di Milano, dove compare assieme alla vergine, ancora vestito di tunica isomide ma con in mano una sega, al posto del bastone che diverrà il suo attributo usuale.

In pittura la natività non compare prima della fine del IV secolo, come dimostrano l’esempio conservato nella catacomba di San Sebastiano e la decorazione affrescata nell’ipogeo veronese di Santa Maria in Stelle, entrambe raffiguranti il bambino nella mangiatoia, con a lato i due animali. Tra il V e il VI secolo lo schema si trasforma notevolmente e vede la sostituzione della rappresentazione di tipo occidentale diffusa 3dalle più antiche figurazioni- con il presepe posto sotto una capanna o una tettoia- con una composizione di tipo orientale in cui l’avvenimento viene rappresentato all’aperto o in una grotta, con la Vergine di sovente raffigurata sopra un giaciglio, come sul celebre avorio dell’abbazia di Werden, su una gemma in pasta vitrea del British Museum, sulla formella della già citata cattedrale di Massimiano. Compaiono,  inoltre, i grandi cicli pittorici ispirati dai vangeli apocrifi in cui la natività è accompagnata da altri episodi dell’infanzia del Salvatore.

Oggi siamo soliti chiamare la rappresentazione della natività presepe, questo nome è derivato da tradizioni medievali.

Il termine proviene dal latino praesaepe, cioè greppia, mangiatoia, composto da prae = innanzi e saepes = recinto, ovvero luogo che ha davanti un recinto.

La tradizione, prevalentemente italiana, risale all’epoca di San Francesco d’Assisi che nel 1223  realizzò a Greccio la prima rappresentazione vivente della Natività.

Il primo presepe scolpito a tutto tondo di cui si ha notizia è quello realizzato da Arnolfio di Cambio fra il 1290 e il 1292. Le statue rimanenti si trovano nel Museo Liberiano della Basilica di Santa Maria Maggiore Roma. L’iconografia del presepio ebbe un impulso nel Quattrocento grazie ad alcuni grandi maestri della pittura: il Botticelli nell’ Adorazione dei Magi raffigurò personaggi della famiglia Medici. Nel Quattrocento anche Luca e Andrea della Robbia si cimentarono con le loro terrecotte in scene della Natività. Ben presto questo tipo di simbolismo fu ampiamente recepito a tutti i livelli, soprattutto all’interno delle famiglie, per le quali la rappresentazione della nascita di Gesù, con le statuine ed elementi tratti dall’ambiente naturale, diventò un rito irrinunciabile. Nel XV secolo si diffuse l’usanza di collocare nelle chiese grandi statue permanenti, tradizione che si diffuse anche per tutto il XVI secolo. Uno dei più antichi, tuttora esistenti, è il presepe monumentale della Basilica di Santo Stefano a Bologna, che viene allestito ogni anno per Natale.

Dal XVII secolo il presepe iniziò a diffondersi anche nelle case dei nobili sotto forma di “soprammobili” o di vere e proprie cappelle in miniatura anche grazie all’invito del papa durante il Concilio di Trento poiché ammirava la sua capacità di trasmettere la fede in modo semplice e vicino al sentire popolare. Nel XVIII secolo, addirittura, a Napoli si scatenò una vera e propria competizione fra famiglie su chi possedeva il presepe più bello e sfarzoso: i nobili impegnavano per la loro realizzazione intere camere dei loro appartamenti ricoprendo le statue di capi finissimi di tessuti pregiati e scintillanti gioielli autentici. Nello stesso secolo a Bologna, altra città italiana che vanta un’antica tradizione presepistica, venne istituita la Fiera di Santa Lucia quale mercato annuale delle statuine prodotte dagli artigiani locali, che viene ripetuta ogni anno, ancora oggi, dopo oltre due secoli.

Con i secoli successivi il presepe occupò anche gli appartamenti dei borghesi e del popolino, ovviamente in maniera meno appariscente, resistendo fino ai giorni nostri.

Essendo un prodotto culturale, il presepe si diffonde nelle diverse culture con significative varianti. Anche se l’idea di base, quella cioè di ricreare la fatidica scena della nascita di Cristo  resta invariata; lo stesso non si può dire per i materiali usati e gli stili di costruzione dei diversi presepi. Per quanto concerne la diffusione del presepe nel mondo, possiamo suddividere tutte le varianti presepiali in due grandi macroaree: quella europea e quella comprendente il resto del mondo. Più in specifico appartengono all’area europea, con diverse varianti: il presepe spagnolo, quello provenzale, il presepe nei paesi di lingua tedesca e i presepi nei paesi dell’est europeo. Fanno parte, invece, della macroarea del resto del mondo maggiormente i presepi dei paesi dell’America latina e quelli di origine orientale ed etnica.